Passeggiate archeologiche.

Con il solito cortese amico-interlocutore che m’intrattiene sui problemi del territorio, eravamo all’interno degli Scavi di quella bellissima città che i Greci chiamarono Poseidonia, i Lucani Paistos e i Romani Paestum. Questa volta l’argomento del nostro abituale contendere riguardava un tema che con qualche punta di spregio diciamo appartenga alla categoria dei “massimi sistemi”. Dalla considerazione che almeno un’esigua parte della città fosse data al godimento del pubblico, mentre il resto è consegnato agli usi più vari – botteghe e baracche di chincaglierie e souvenir prodotti in Cina, gelaterie e vinerie, bar e pizzerie, parcheggi privati a pagamento e coltivazioni di mais, allevamenti di bufale e caseifici, ristoranti e abitazioni in cemento e alluminio, arena teatrale per volgare umorismo e insulse esibizioni – siamo scivolati su argomenti di generale teoresi politica. Mentre da profani archeologi cercavamo l’esatta ubicazione dell’agorà di Poseidonia, con un salto temporale di secoli ci siamo chiesti quale fosse la funzione svolta nell’antica Atene. A tal proposito ci siamo ricordati di Pisistrato! In verità, come dice il mio amico, quando si parla di agorà, storicamente si dovrebbe far riferimento ad Atene e non propriamente alle altre città-stato; meno che mai a Roma, soprattutto a quella dei Cesari e degli Imperatori, anche se all’inizio s’identificò con il mercato e si trasformò ben presto in centro politico. A questo punto il discorso, per noi due improvvisati storici, è deviato sul concetto stesso di democrazia, sollecitati anche dal fatto che in agosto proprio qui si erano svolte le giornate di studio e di discussione del “laboratorio democratico”. Come prevedibile la discussione si è fatta subito accesa per la nostra consueta e ormai scontata diversità di vedute. Su alcune conclusioni, però, abbiamo finito per concordare, se non altro per stabilire quale democrazia fosse praticata di fatto. Dopo una disamina ampia e con riferimento a ciò che ci mostra l’esperienza concreta, alla fine abbiamo concordato che vi erano due tipologie di democrazia: quella dell’agorà e quella del branco. La prima si basa sul principio della partecipazione e dell’ascolto, del governo e del potere che fluisce dal basso. Il prof. Dahl definisce con “ricettività” la caratteristica fondamentale di un sistema politico democratico. È la democrazia dell’agorà! Oggi tale tipologia non si trova da nessuna parte; forse soltanto nella cosiddetta democrazia della rete. La differenza sta nel fatto che questa si è delocalizzata; è a-spaziale e a-temporale. Con il progredire della tecnologia e il diffondersi del suo uso, forse si potrà ripristinare l’antica agorà di Atene. Come dice Habermas la sfera pubblica diventa lo spazio dell’uso pubblico della ragione e il luogo comunicativo del convincere o dell’essere convinti, per maturare collettivamente atti di governo. Con l’amico abbiamo convenuto che di quella metodologia e pratica fuor che il lemma si è perduto anche il ricordo. Nella pratica per essa si contrabbanda la “democrazia del gruppo”, meglio espressa con la relazionalità del branco. La sua metodologia è quella del potere a flusso discendente, delle idee contrabbandate per chiare, evidenti e non criticabili, insomma dell’intolleranza verso la diversità della proposta. Il criterio guida s’ispira a quello di una Comunità composta di tre membri, di cui due lupi e uno agnello, riuniti in Consiglio per decidere cosa mangiare a pranzo. Mentre così concordavamo, siamo giunti all’uscita degli Scavi, dove insiste un piccolo edificio, molto poco consono per estetica, per materiale utilizzato e per funzione a questo sito patrimonio dell’umanità, più orrido dei tanti, baracche arrugginite comprese, che costellano la strada tracciata dal Borbone, ma che dopo più di due secoli e mezzo nessuno rimuove. E di fronte a tanti scempi il mio interlocutore mi afferra per un braccio e mi scuote sussurrandomi, nel timore che qualcuno lo possa sentire: no amico caro, oltre a quelle due tipologie di democrazia ce n’è un’altra e da qualche tempo imperante, è la democrazia dell’ignoranza.

Aurelio Di Matteo